Vuoi avere ragione o essere felice?

May 4, 2016

 

Si parla spesso di buona comunicazione, di tecniche per una comunicazione efficace e quindi destinate a produrre migliori relazioni con gli altri.
 

Io stesso mi occupo da una vita di questo, della quale gli ultimi 15 in modo consapevole.
 

Nel tentativo di raggiungere la buona comunicazione, quasi sempre partiamo dalla fine. Ossia partiamo dalla tecnica, dalla modalità con la quale ci dovremmo rivolgere agli altri.
Questo è certamente una buona cosa alla quale, a mio parere, va aggiunto però molto altro. Intendo dire che la parte cosiddetta “espressiva” della buona comunicazione rappresenta solo il 20% di ciò che possiamo fare.

 

In un set comunicativo che richiede maggiore impegno, per l’importanza della relazione tra le persone piuttosto che per l’importanza dell’oggetto della comunicazione stessa, se siamo un tantino formati e allenati, mettiamo in pratica tutto quello che Mehrabian ci ha detto fin dagli inizi degli anni ’70 sull’efficacia comunicativa umana e su cosa ci rende credibili. Lo facciamo magari declinando ciò nelle migliori tecniche che abbiamo imparato.
 

Ripeto, questo va molto bene ma secondo me manca la parte più importante.
Manca il “sentire interiormente”.
Manca di considerare il nostro stato d’animo e quello della persona che abbiamo di fronte.
Manca il porsi nei panni dell’altro un istante prima e durante la fase comunicativa.
Manca il ‘volere’ vero e sincero di raggiungere un obiettivo comune che vada bene ad entrambi.

 

Insomma, manca il pensiero precedente: non mi interessa avere ragione, mi interessa stare bene ed essere felice.

 

A volte ci convinciamo talmente tanto di alcune cose, da non renderci conto che sono chiare solo per noi.
Dimentichiamo che la “verità” è soggettiva e quindi impattiamo emotivamente contro la verità dell’altro che è molto spesso diversa dalla nostra.
Per questo soffriamo, ci danniamo e danniamo a nostra volta chi, con la propria rappresentazione della verità che ci aspettavamo fosse comune, ci ha ferito.
Il bello è che in questa trappola cadiamo e ricadiamo più volte in una vita, ma che dico in una vita, anche più volte in un solo giorno, nel giro di poche ore.

Forse che non chiediamo a sufficienza il parere dell’altro?
Forse che non ascoltiamo a sufficienza?
Forse che non stiamo in silenzio abbastanza?

 

Dovremo tutti imparare che quando crediamo di aver capito, il nostro lavoro non è finito.
 

Serve ancora un cenno, un si, un sorriso, un abbraccio, insomma un feedback che ci dica inequivocabilmente che ciò che abbiamo capito è la verità dell’altro e non la nostra.
 

Solo così potremmo mettere in campo le parole giuste, accompagnarle con il migliore linguaggio del nostro corpo e sottolinearle con la migliore voce, quella che ci renda il più possibile credibili.
 

Serve:
1. chiedersi perché sto per comunicare con questa persona, qual è lo scopo?
2. chiedersi che cosa pensa lui a tal proposito?
3. ascoltare le sue risposte senza pensare a cosa dovrai dire dopo.
4. trovare l’obiettivo comune.
5. sorridere ed essere credibilmente sincero.

 

Pensi sia facile? No, non lo è ma è possibile e piacevole.
Non sai come fare tutto ciò? Beh questa è un’altra storia.

 

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